Il 26 settembre 1960, nei cieli di Reggio Emilia, un cittadino scattò tre fotografie raffiguranti tre oggetti discoidali di circa 15 metri di diametro. La segnalazione non rimase confinata in ambito locale: la documentazione fu inviata direttamente ai quartier generali della NASA a Washington D.C., che il 14 ottobre 1960 provvedette a smistarla al Commander della Wright Air Development Division in Ohio.  ​Il fascicolo, contrassegnato come "Project 10073 Record Card" (un sotto-programma del celebre Project Blue Book dell'USAF), fu affidato agli esperti dell'Aerospace Technical Intelligence Center (ATIC) di Wright-Patterson Air Force Base.  ​Dalla lettura dei memorandum interni firmati dal Colonnello Richard R. Shoop e dal Capo Analista Wilber Price Jr., emergono diversi elementi critici emersi dalla fotoanalisi:​ Problemi di Messa a Fuoco: Gli oggetti appaiono sfocati rispetto allo sfondo. Questo suggerisce due opzioni tecniche: o si trattava di oggetti molto piccoli e posti a brevissima distanza dall'obiettivo, oppure di corpi in movimento estremamente rapido.  ​ Incoerenza di Esposizione e Densità: L'intensità del scuro degli oggetti risultava significativamente maggiore rispetto a qualsiasi altra area d'ombra presente nello scatto. Per gli analisti, ciò costituisce un forte indizio di manipolazione sul negativo originale o di fotoritocco sulla stampa.  ​ Anomalie di Prospettiva: Nel confronto tra le due stampe inviate, la dimensione degli oggetti aumentava. Tuttavia, aumentavano proporzionalmente anche gli elementi dello sfondo (con lo sfondo visibilmente sovraesposto), indicando che a essersi mossa era la fotocamera e non necessariamente l'oggetto.   ​La scheda di valutazione finale ("UFO Analysis Sheet") classificò la fonte come non affidabile e il caso come "Probably a Hoax" (probabile bufala).  ​ Fra scetticismo tecnico e il dubbio del Project Blue Book ​Tuttavia, di fronte a un caso simile occorre porsi una domanda di metodo. Il Project Blue Book è stato a lungo al centro di un acceso dibattito: per molti studiosi e storici del fenomeno, il programma dell'Aeronautica militare statunitense non nacque con l'obiettivo di fare ricerca scientifica imparziale, ma con quello di spiegare e declassare sistematicamente ogni avvistamento per rassicurare l'opinione pubblica e contenere il fenomeno.​Questo solleva un interrogativo inevitabile: la perizia dell'ATIC fu davvero una fredda e oggettiva analisi ottica, oppure una spiegazione liquida adoperata per derubricare in fretta un fascicolo scomodo arrivato dall'Europa? Le incongruenze evidenziate dagli analisti — come la velocità o la densità dei neri — potrebbero essere la prova di un trucco artigianale, ma anche l'interpretazione forzata di un'immagine di cui gli analisti stessi ammettevano di non avere i negativi né le informazioni sul contesto di scatto.  ​Come spesso accade nei dossier declassificati della Guerra Fredda, la linea tra un'effettiva manipolazione fotografica e una frettolosa liquidazione burocratica rimane sottile, lasciando il caso di Reggio Emilia in quella zona grigia dove la verità storica e il dubbio investigativo continuano a sovrapporsi.