Il 27 aprile 2026 la startup californiana Rainmaker Technology Corporation ha annunciato di aver individuato 82 «firme di semina» (seeding signatures): schemi radar distintivi che, secondo l'azienda, dimostrano per la prima volta un nesso causale diretto tra le sue operazioni di semina delle nuvole e la pioggia o la neve effettivamente cadute al suolo. Il totale rivendicato è di 143 milioni di galloni d'acqua, circa 541 milioni di litri, prodotti nei bacini idrici di Utah e Oregon, l'equivalente del consumo annuo di circa 1.750 famiglie americane. È un annuncio aziendale, non uno studio peer-reviewed, e gli scienziati indipendenti che lo hanno commentato invitano tutti alla cautela: di questa vicenda specifica, finora, in italiano non ha scritto praticamente nessuno.

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Rainmaker, fondata nel 2023 da Augustus Doricko, utilizza flotte di 2-16 droni che salgono dentro le nubi e rilasciano ioduro d'argento, un composto con una struttura cristallina quasi identica a quella del ghiaccio, attorno a cui l'acqua presente nella nuvola tende a congelarsi formando fiocchi di neve o gocce di pioggia. La società ha raccolto oltre 50 milioni di dollari, inclusi 25 milioni di Series A guidati da Lowercarbon Capital nel maggio 2026, e ha contratti attivi in circa sette stati occidentali degli Stati Uniti, tra cui accordi milionari con Utah e Idaho per il bacino del fiume Bear.
Come funziona una «firma di semina»
Il cloud seeding non è una tecnologia nuova: i primi esperimenti risalgono al 1946, ed è utilizzato da decenni in diversi paesi, Italia compresa. Il problema che gli scienziati non erano mai riusciti a risolvere del tutto è la causalità: come distinguere la pioggia che sarebbe comunque caduta da quella effettivamente generata dalla semina? La metodologia della «firma di semina», sviluppata con tecniche derivate dal lavoro del National Center for Atmospheric Research (NCAR) statunitense, usa radar meteorologici a doppia polarizzazione per confrontare schemi di riflettività molto specifici, generati proprio dalla trasformazione dei cristalli di ioduro d'argento in fiocchi di neve, con la posizione e la rotta di volo dei droni al momento della semina.
Quando la firma radar coincide, nello spazio e nel tempo, con l'area appena sorvolata dai droni, l'azienda la classifica come «inequivocabile». Le 82 firme del 27 aprile 2026 sarebbero, secondo Rainmaker, i casi in cui questa coincidenza è risultata più netta, raccolti nella stagione invernale 2025-2026 in Utah e Oregon. La società sostiene inoltre che, sommando gli effetti calcolati su tutta la stagione, il proprio programma nel bacino del fiume Bear abbia superato le attese aggiungendo più di 60.000 acri-piede d'acqua, l'unità di misura standard usata negli Stati Uniti per i volumi idrici su larga scala.
Perché gli scienziati chiedono cautela
Nessuno dei dati diffusi il 27 aprile è stato finora pubblicato su una rivista scientifica con revisione paritaria: si tratta, per ora, di un comunicato aziendale accompagnato da immagini radar e satellitari selezionate dalla stessa Rainmaker. Katja Friedrich, ricercatrice dell'Università del Colorado a Boulder che studia da anni la modificazione del tempo atmosferico, ha dichiarato che le cifre dell'azienda dovranno superare un processo di revisione indipendente rigoroso prima di poter essere considerate affidabili. Kara Lamb, fisica dell'atmosfera alla Columbia University, ha definito «interessante» il ritorno a queste tecniche con strumenti nuovi, ma ha ricordato che restano aperti «i problemi fondamentali su quanto la modificazione del tempo possa mai essere efficace su larga scala».
Il Government Accountability Office statunitense, l'ufficio federale indipendente che valuta le politiche pubbliche, ha definito in passato i benefici della modificazione del tempo atmosferico come «non provati» (unproven), proprio per la difficoltà cronica di isolare l'effetto della semina da tutte le altre variabili meteorologiche naturali che concorrono a produrre precipitazioni. Non ci sono, in altre parole, conferme indipendenti dell'entità reale degli effetti dichiarati da Rainmaker: la stima di 143 milioni di galloni resta, ad oggi, una cifra calcolata dall'azienda sull'insieme delle 82 firme, non un dato misurato da un ente terzo.
Il caso Texas: cosa è successo davvero
Rainmaker è balzata alle cronache internazionali anche per un motivo meno tecnico. Dopo l'alluvione che il 4 luglio 2025 uccise oltre 135 persone nella contea di Kerr, in Texas, alcuni commentatori e parlamentari sostennero sui social media che le operazioni di semina condotte dall'azienda avessero causato il disastro. Diversi scienziati indipendenti, inclusi meteorologi non legati all'azienda, hanno verificato che l'ultima semina in zona risaliva a giorni prima dell'alluvione ed era avvenuta a circa 240 chilometri di distanza dall'area colpita: un'analisi ripresa anche in un'audizione al Congresso degli Stati Uniti, dove è stato chiarito che l'operazione non poteva avere alcun effetto fisico sull'evento. È un caso utile a fissare un punto: un conto è la cautela scientifica legittima sulle cifre di Rainmaker, un altro è l'attribuzione infondata di un disastro naturale a un'azienda, poi smentita punto per punto dai dati.
E in Italia?
Il tema non è estraneo al nostro paese. Tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta l'Italia condusse propri esperimenti di semina delle nuvole in Puglia, Sicilia, Sardegna e Basilicata, con risultati giudicati modesti e mai proseguiti su scala nazionale. Il tema è tornato d'attualità nel 2026 con il disegno di legge di iniziativa popolare «Cieli Blu», che propone il divieto assoluto di qualunque attività di modifica delle condizioni meteorologiche sul territorio nazionale, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 5 maggio 2026 e attualmente in fase di raccolta firme in vista di una discussione parlamentare annunciata per l'autunno. Vale la pena distinguere i due piani: il cloud seeding è una tecnica reale, documentata da ottant'anni di letteratura scientifica, con effetti misurabili ma limitati; le sue applicazioni su scala capace di alterare in modo significativo il clima o il meteo di intere regioni restano, allo stato attuale delle conoscenze, un'ipotesi priva di riscontri, non un fatto accertato.
Il caso Rainmaker va letto in questa cornice. L'azienda ha probabilmente compiuto un progresso metodologico reale, rendendo più facile isolare statisticamente l'effetto della semina rispetto al passato grazie a radar più sensibili e a un maggior numero di voli. Ma la distanza tra «82 casi isolati in una stagione, in due stati» e «una tecnologia in grado di risolvere la siccità del West americano» resta enorme, ed è la stessa azienda a non aver ancora sottoposto i propri dati al vaglio della comunità scientifica indipendente. Fino a quel momento, il dato più solido resta quello storico: il cloud seeding esiste, funziona in condizioni specifiche e limitate, e non è né la soluzione miracolosa che i comunicati aziendali lasciano intendere, né il complotto che i teorici delle scie chimiche gli attribuiscono.
Fonti
- Deseret News, Rainmaker touts proof that cloud seeding delivers results, 27 aprile 2026
- PR Newswire, Rainmaker's Cloud Seeding Breakthrough: First-Ever Proof of Manmade Precipitation, 27 aprile 2026
- E&E News (Politico), A startup falsely blamed for triggering floods pitches cloud seeding to lawmakers, 2026
- Deseret News, How Rainmaker became the heart of Utah's cloud-seeding program, 2 giugno 2026
- U.S. Government Accountability Office, Science & Tech Spotlight: Solar Geoengineering (per il contesto sulla valutazione GAO della modificazione del tempo)